I sing the body electric

EGEMONIA CORPORALE

Il corpo umano, in tempi dominati dalla tecnologia, ha sempre più perso la sua valenza carnale e fisica per riverberarsi come mera immagine.

Mauro Barbieri parte dalla fotografia ma restituisce, tramite il fare pittorico, uno spaccato pregnante della massa materiale dei soggetti ritratti.

Un’ode al corpo appaiono perciò questa serie di opere, dove la tensione si mostra come potenzialità dell’atto ancora da esprimersi compiutamente. L’ambientazione neutra amplifica ulteriormente il gesto in possibilità, segno evidente delle inesauribili eventualità di movenze in cui può esemplificarsi.

L’argomento principe diviene il corpo nella sua versione più romantica e attenta a verificarne le peculiarità, in tempi di sparizione dal punto di vista mediatico e sociale.

La tangibilità passa perciò attraverso la pittura, effettivo frangente per Mauro Barbieri per dipanare un dialogo con la parte materiale del nostro essere al mondo.

I suoi corpi risultano essere “elettrici” – parafrasando il titolo della canzone dei Weather Report che ha significato un’epoca e nello stesso tempo la celebre poesia di Walt Whitman – poichè si contorcono in una febbrile attività, messa ancora più in risalto dal bianco e nero della raffigurazione.

L’artista esalta la bellezza corporale e fondamentalmente umana sancendone al contempo la sua egemonia, attraverso la rappresentazione di un’attività agonistica oppure semplicemente di un momento di svago catturato nello svolgersi di una disciplina quotidiana, come il ballo o lo sport. Così come il poeta ottocentesco nel suo poema celebra la supremazia della corporeità e la sua capacità di creare connessioni tra le persone, nel generare un’esperienza attraverso la forza e il potere. L’esaltazione della figura umana nei lavori in mostra passa attraverso una sorta di sacralità che si collega direttamente all’anima, fagocitata dal non – colore, quel bianco e nero che crea giochi di chiaroscuro, attraverso l’intervallarsi di ombre e luci che contribuiscono a scolpire i muscoli guizzanti dei protagonisti della scena.

L’anatomia particolareggiata, resa con una pittura ad olio precisa e accorta, diviene così un tutt’uno con la torsione dei corpi, che si tendono, si torcono o si flettono con tagli sicuramente anomali di visione e costruzione estetica, per meglio dimostrare la loro egemonia sulla mente, quasi come se seguissero un ritmo musicale nel loro movimento calibrato che le fa uscire prepotentemente dal nero dello sfondo ad intonaco, nel momento dello scatto in avanti, con un lavoro pittorico di forte contrasto.

La gestualità catturata e fissata nell’attimo, diviene la vera protagonista di un’azione studiata che va a determinare la spazialità della figura e il rapporto dell’umanità con il tempo stesso, mentre lo strato pittorico rimane testimonianza di un canto celebrativo che si perde nell’infinito dello spazio e del tempo.

Francesca Baboni, Stefano Taddei